Dans le noir..ar buio

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La vedete questa bella bambina? Si chiama Vittoria, detta Vicky. Perche’, vi starete chiedendo, c’e’ lei e non la foto di un piatto? State a sentire..

L’altra sera la mia cara amica Marta mi invita a cena fuori. Evento straordinario visto che abbiamo figli, un lavoro e nessun anima pia che ci possa tenere i bambini a meno che non sborsiamo un quinto dello stipendio per pagare una baby sitter. Insomma, grazie ad una congiunzione astrale che capita una volta ogni 7 anni come la cometa di Halley,  io e la mia amica passiamo una serata fuori. Il che vuol dire dalle 18 alle 22, che voglio dire, proprio seratona..manco quando avevo 17 anni potevo permettermi sti orari folli ecco. Tiriamo a lucido le occhiaie, diamo una phonata ai capelli anarchici convinti a suon di schiaffi a stare composti almeno per una cazzo di sera e addirittura un tacco 2. Massi’, tutta vita.

La sora Marta, vecchia volpe, mi aveva nascosto la destinazione della nostra serata. Mi aveva solo preannunciato grandi risate e grandi figure di merda, tanto per non rovinare la media delle nostre serate. Poche ma buone. Io gia’ mi fregavo le mani in vista di un par di manzi da ammirare.

Il ristorante si chiama Dans le Noir. Che per chi non e’ francofono e l’unico francese che ha sentito e’ stato quando guardava Lady Oscar, “Dans le noir” significa “Nel buio”. Ebbene si’, si mangia al buio. Totale.

Si viene accompagnati nella sala da camerieri non vedenti. La nostra cameriera era Laura. Stalin vestito da donna con la voce di Mary Poppins. Ci dice: Marta, metti la tua mano sulla mia spalla e tu Silvia la metti sulla sua. E come in un trenino di Capodanno organizzato dal dopolavoro ferroviario ci guida attraverso tre tende fino a farci entrare in una stanza buia. Ma buia che un buio simile io non l’avevo mai “visto”.

Ci aggrappiamo a Stalin come fosse la nostra unica salvezza. Sono quasi certa che Laura abbia ancora le unghie di Marta conficcate nella spalla destra e che le conservi tipo reliquiario insieme alle altre dei clienti precedenti,  perche’ il panico che ti assale a camminare in una stanza dove sai che c’e’ altra gente, bicchieri, tavoli, sedie e piatti e’ indescrivibile.

Ci fa accomodare al tavolo e a noi prendono i 5 minuti di ridarella nervosa. Il primo pensiero di entrambe e’: ma n’era mejo un Mc Donald? Laura gentilissima ci spiega cosa abbiamo davanti, come dobbiamo versarci da bere (cosa? ma perche’ non ci sono bicchieri che si autoriempiono? E se mi cade una posata? e se devo fare pipi’? e se mi soffoco con un boccone? Mi vedete o farete la manovra di disostruzione al vicino di tavolo per sbaglio?). Il panico si impossessa di noi. Per farvi capire.. era piu’ buio di quando chiudete gli occhi al buio. E noi, in quel buio, avremmo dovuto mangiare.

Sentiamo delle voci vicino a noi. Altri clienti. probabilmente molto vicini perche’ ne sentiamo la presenza fisica. Iniziamo a ridere con loro, tentiamo una stretta di mano stando attente a non sbattere contro qualcosa, iniziamo a conoscerci. Io e Marta avevamo scelto un menu vegetariano (te lo fanno scegliere all’inizio, e ci sono 4 tipi di menu disponibili: vegetariano, carne, pesce o scelta dello Chef).

Arriva la nostra Laurensky che ci porta l’antipasto, poi il piatto principale e infine il dolce.  Ci chiede ogni volta di allontanare le mani dal tavolo e con estrema nonchalance appoggia i nostri piatti.

La difficolta’ non e’ tanto capire i sapori, quello e’ anche divertente. Ti immagini a Masterchef con Cracco che ti chiede cosa stai assaporando e dentro di te pensi: abbello questa e’ zucca,  questo e’ formaggio di capra.. oddio..questa erba che sto ruminando da mezzora non mi e’ chiaro ma caro il mio Carletto lo scopriro’. Intanto rumino come un lama del Nepal ma devo ammettere che tutto e’ ottimo. La difficolta’, dicevo, e’ il prendere sufficiente cibo con la forchetta e non sia mai usare il coltello. Una forchettata e’ vuota, la successiva e’ talmente carica che ti cade dalla bocca, un’altra ancora e’ a vuoto. Ti rendi conto che la pietanza e’ finita quando strusci per tutto il piatto con la forchetta e ogni tanto ti aiuti con le dita. A vederti da fuori devi essere una completa idiota, con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata con una forchetta vuota che stai per infilare pericolosamente in una narice. Intanto con i nostri vicini di tavolo la serata si fa sempre piu divertente e interessante. Promettiamo di vederci finalmente fuori e proviamo ad immaginarci fisicamente.

La cena finisce. Eravamo entrate con una sensazione di panico e usciamo con un’emozione enorme. L’emozione di rivedere la luce, di guardare chi sono i nostri commensali con cui abbiamo parlato liberamente per due ore, felici di aver provato qualcosa di particolare. Curiose di sapere cosa abbiamo mangiato, se abbiamo indovinato o meno. Quando usciamo insieme ai nostri “amici” siamo euforici, ci baciamo, ci abbracciamo, ridiamo e inondiamo di grazie la nostra Laura.

La serata continua con un drink al bar del ristorante, noi quattro: io, Marta, Heather e Luke. Guardiamo insieme i nostri menu, finalmente vediamo cosa abbiamo letteralmente ingurgitato in queste ore.

Ora, sorvolo sul menu, tra l’altro ripeto,  buonissimo. Quello di cui vorrei farvi partecipe e’ l’esperienza. Siamo uscite dal ristorante e ci siamo sedute a fumare una sigaretta. E ci siamo dette: ma ti rendi conto cosa vivono tutti i giorni i non vedenti? Ti rendi conto a prendere un bus, la metro, a scegliersi un vestito, a vivere un film solo con l audio, a prendersi cura di un figlio.. ti rendi conto di quanta fatica fai ogni giorno? di quanto sei soggetta ad errori, a pericoli.. di quanto ti debba fidare spesso di chi hai intorno? E allora mi e’ venuta in mente lei, Vittoria. La nostra Vicky.

Vicky e’ una bambina di 3 anni che vive qui in UK. E’ affetta da una rara malattia che le sta togliendo la vista giorno dopo giorno e i suoi genitori, eroi dei tempi moderni, hanno creato un progetto che si chiama Through Vicky’s Eyes (Attraverso gli occhi di Vicky). Portano Vicky a farle vedere quello che di bello c’e’ nel mondo e al tempo stesso raccolgono fondi per cercare una cura per bambini come Vicky . Ad Ottobre saranno a Roma ed essendo la mia citta’ e conoscendo il buon cuore dei romani ho pensato che le faranno passare una vacanza meravigliosa. Vittoria riuscira’ a vedere la luce rossa romana, i gabbiani del lungoTevere (e magari pure qualche pantegana che Vittoria mia pure quello c’e’ nella vita), vedra’ le braccia muscolose di Nettuno nella Fontana di Trevi e il travertino del Colosseo. Vedra’ “la maesta’ der Cuppolone” e le carrozzelle del centro. Vedra’ i San Pietrini e le mille fontanelle di questa meravigliosa citta’ che accoglie tutti e tutti fa diventa’ un po’ romani.

E allora per onorare questa piccola guerriera stavolta le voglio lasciare la ricetta del cibo da strada romano per eccellenza perche’ cosi la sua mamma, che si chiama Silvia come me, quando tornera’ in UK gliele preparera’ ogni volta che Vicky si sentira’ un po’ er core romano:

 

I SUPPLI’

  • Riso Carnaroli o Arborio
  • Ragu’ di manzo (o semplice sugo al pomodoro per chi e’ vegetariano)
  • mozzarella
  • uovo
  • farina
  • pangrattato
  • olio per friggere

Preparare la sera prima un bel risotto al ragu’. Deve essere piuttosto compatto, non fate il risotto all’onda per intenderci. Alcuni preferiscono bollire il riso e poi aggiungerci il ragu’. Io lo considero un po’ una perdita di tempo e soprattutto non vengono saporiti come con un risotto dove il chicco di riso si impregna di sugo. Personalmente li preferisco di gran lunga con il sugo di pomodoro, senza carne. Cosi ne mangio di piu e mi sento meno appesantita ma son gusti. Diciamo che quello originale vuole la carne, ora si usa molto piu spesso versione vegetariana ecco.

Condite con parmigiano e pecorino, sale e pepe e mettete in frigo una notte a riposare.

Il giorno dopo nel risotto ci mettete un uovo intero. Prendete una palla di riso in un palmo, con l’indice dell’altra mano fate per lungo un impronta e ci infilate una striscia di mozzarella e quando li chiudete li allungate a forma di uovo.

Lo passate nella farina, poi nell’uovo sbattuto e poi nel pangrattato. Se li volete con una bella crosta resistente fate il procedimento una seconda volta.

Mettere l’olio per friggere in un bel pentolino alto (piu olio mettete e piu sana e croccante e’ la frittura. Mai friggere in un filo d’olio). Tuffateci i vostri suppli e girateli ogni tanto con un cucchiaio in modo che siano dorati uniformemente.

Mettete i suppli’ su uno scottex o carta assorbente, salate e mangiate subito.

Da leccasse le dita.

Ah! Fate una cosa. Bendatevi e mangiateli. Godete con i vostri sensi e fate quest’esperienza. La vostra anima vi ringraziera’. E se proprio volete fa i fighi.. quanto costa un suppli’? ecco..fate finta che ne avete comprati un po’ alla rosticceria sotto casa e quei soldi dateli a Vicky cosi  magari il mondo lo vedra’ anche un po’ attraverso i vostri occhi. Fico no?

 

https://www.facebook.com/vickyseyes/

 

P.S. L’erba che abbiamo ruminato per mezzora era un fiore. Quello manco Cracco lo indovinava eh?

 

 

 

 

 

 

Polpette di pane.

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Alzi la mano chi di voi non ha mai avuto il frigo vuoto e kg di pane da usare.

Perche’ magari ci scordiamo il latte per la creatura, le uova, il parmigiano.. ma a casa dell’italiano medio il pane non manca mai. Anzi, mi correggo: una volta era cosi. Ora non sia mai! Se mangi un cubetto di pane per accompagnare quell’ ostia di prosciutto che ti offrono all’ aperitivo tutto il locale si ferma, voltano la testa come gufi reali e le tue amiche ti rinnegano manco avessi scureggiato in pubblico. Non si fa. Il pane non si mangia piu. E’ tossico, e’ pieno di glutine e il glutine si sa si attacca alle pareti dell’intestino tipo colla vilinica e pagine del Messaggero insieme e poi ingrassa. Cioe’ te puoi pure mangia’ un vitello ripieno di fagiano porchettato ma guai a te se ti aiuti con un pezzetto di pane. Che sei matta? Che non lo sai che ora il pane in Italia non si fa piu? lo fanno i cinesi negli scantinati,  con la plastica che fondono delle lucine di natale rimaste invendute mischiata alla farina di sorcio essiccato al sole di Hangzhou.

Io ero una bambina magrissima. Un ventre piatto. Addirittura cosce senza cellulite e accenni di addominali e sapete perche’? perche’ non mangiavo pane! Poi i miei, che mi hanno sempre raccontato sta balla che loro la fame l hanno vissuta (n’e’ vero.. ma fa figo e incute timore agli occhi dei figli. Ora la uso anche io sta frase e sono nata nel 1977 pensampo’) continuavano a ripetere: ma mangiace un pezzetto di pane! ma come fai a mangia senza pane? ma come te fa a scende senza pane? Che poi dico..dovevo capirlo sin da subito che lo dicevano per sentirsi meno in colpa di ruminare.  Sin da quando vedevo che, pane o non pane, le cose a mia madre je scendevano eccome. Mia madre non si e’ mai lasciata intimorire dalla mancanza di pane. Sembrava zia Assunta della Tata. Mentre si infilava il cibo al lato della bocca (forse per evitare sguardi indiscreti e giudizi perentori) sentenziava con le sopracciglia alzate a mo’ di accettazione forzata: “mica ce riesco a mangia senza pane!”.  A me invece pareva che ci riuscisse benissimo ma vabbe’.

Perche’ c’era tanto pane a casa e magari ci si era scordati di comprare la carta igenica e quindi per giorni ci si puliva il culo con lo scottex? (diviso a meta’ che il foglio per intero solo per le cose grosse che senno’ si spreca).  Perche’ tutti, nel terrore di arrivare a tavola senza, lo compravano. Diventavi un adulto mica quando avevi le chiavi di casa! Mica quando ti compravi casa! no. Tu eri un adulto quando spontaneamente compravi le rosette o il filone e dicevi ad alta voce: il pane l ho preso io! Li’ davi sfoggio della tua maturita’. Avevi pensato tu a sfamare la famiglia mica cazzi. Mica te l aveva chiesto tua madre: “va n’ po’ da Luciano e prendi tre rosette va. Anzi prendine 5 che due le congeliamo”. No. C’eri andato da solo. Di tua sponte. Eri un uomo. Che poi quelle due rosette si sommavano alle altre 46 che giacevano dal 1981 nel pozzetto, tra ciabattine, filoncini a meta e pagnotte. Frutto di tutte le volte che eri andato da Luciano e ne avevi prese un paio in piu.

E quindi tu compravi le 5 rosette. Papa’, che non veniva avvisato di nulla e viveva suo malgrado nell’oblio di quello che succedeva in casa, aveva comprato tre ciabattine prima di tornare dall’ufficio. La sera prima di cena era passata la vicina che tornava dalla Basilicata che ti aveva portato una pagnotta da 82 kg di pane casareccio “quello bono che ti dura fino a natale.”  ” ma stamo a Maggio” ” Appunto. Significa che e’ bono”. Vabbe’.

Eccola la’ che casa nostra nel giro di una settimana era diventato un panificio. E allora li quel genio culinario di mia madre dopo averti  fatto grattare il pane secco sulla grattugia per tre giorni, dopo averlo inzuppato nel latte e caffe’ la mattina davanti a te, mentre tu inzuppavi i tuoi Oro Saiwa e lei insisteva che “questa era la colazione di una volta eh? vuoi assaggiare?” “no” ” ma guarda che mmm… e’ buonissimo! Prova!” ” no ma’ grazie” ” Ma assaggialo! guarda ci metti un po di zucchero.. questa si che e’ una colazione nutriente! dai!” ” a ma’ e daje su ma mica stamo in guerra!”  “ehhhh a guera ve ce vorrebbe..a guera!” e averti dato dell’ingrata, che non capisce niente e che non sai che te perdi; dopo averne offerto un par de chili sbriciolato ai passerotti sul balcone “che carucci vengono a fa la colazione da noi” e nel giro di un mese  ti ritrovavi la Lipu che ti mandava la newsletter a casa; dopo che lo aveva accumulato per portarlo in campagna per darlo alle galline (che pure quelle a na certa avranno detto ” ao e basta! che non lo sapete che il glutine si incolla agli intestini?”), insomma dopo averlo usato pure come scrub per i piedi di mio padre finalmente un giorno ha tirato fuori sta ricetta facendo la mia gioia.

Perche’ io adoro queste polpette. Le potete fare vegetariane o come nella ricetta classica della sora Rita a cui va onore di questa ricetta per grandi e piccini, dove si usano gli avanzi di frigo di salumi e formaggi.  Le potete fare al forno, friggerle o farle come le fa mia madre: in padella con l olio. Comunque le facciate condividetele con chi amate. Perche’ queste ricette di mamma’, dell’ultimo minuto, quelle che ti avvisa prima dicendoti “boh non lo so come so venute, e’ un esperimento” , pensate per “pulire il frigo” stranamente sono sempre quelle piu’ buone di tutte.

RICETTA:

  • Pane raffermo a pezzetti (mezzo filoncino va bene) a cui togliete la crosta.
  • Mezzo litro di latte intero
  • avanzi di salumi
  • avanzi di formaggi
  • parmigiano
  • due uova
  • prezzemolo
  • sale (poco se usate i salumi) e pepe
  • olio

Mettete a scaldare il latte e ci mettete dentro il pane senza la crosta. Mettetelo a fuoco medio basso. Deve diventare una massa. Aggiungere le uova intere, parmigiano e le rimanenze di frigorifero (salame, prosciutto, mortadella, formaggi a pasta dura o morbida, per intenderci si la fontina no lo stracchino).

Aggiungere il prezzemolo tritato.

Condire di sale e pepe. Ricordatevi se usate i salumi di fare attenzione al sale.

Formare delle polpette e schiacciarle tra i palmi, devono essere piatte, alte circa 1.5 cm.

Mettetele in frigo a riposare, coperte dalla pellicola per una mezzora.

Prendete una padella larga, mettete l’olio extra vergine e fatele rosolare per un 6/7 minuti per lato.

In alternativa potete metterle su una teglia con carta da forno e un po’ di olio sopra e infornarle a 180 gradi per circa 15 minuti.

Se poi volete strafare le friggete. Ma secondo me sono piu buone in padella.

Fatemi sapere!

 

Silvia

 

 

Pomodori col riso. Quando il romano ha fame nonostante il caldo

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Roma. La citta’ eterna, la Grande Bellezza, la grande callazza.

Chi, come me, ha passato almeno un’estate in citta’ sa lo struggimento e il grande quesito che attanaglia il romano  all’ora dei pasti: e mo’ che me magno co sto caldo?

Si. Perche’ noi romani passiamo sopra a tutto. Siamo passati sopra ai bombardamenti, alle dimissioni del Papa, ai sandali col calzino e al cappuccino con lo spaghetto alle vongole del turista a Campo de Fiori, pure  all’addio del Capitano tie’. Ma ancora non riusciamo ad accettare di nutrirci con una misera insalata o un Melone quando arriva l’ora di cena. Noi romani semo cosi. Dovemo mette i piedi sotto al tavolo. Pure con 40 gradi. Diffidate di quelli che vi diranno: ma come fai a mangia’ co’ sto caldo? Ricordatevi sempre: gallina che non becca ha gia’ beccato. Un’ora prima stava dall’egiziano sotto casa a mangia’ tre etti di pizza con i peperoni ripiena di porchetta e sorseggiava una Peroni ghiacciata. Non date retta.

E allora il romano che fa quando solo l’idea di accendere i fornelli con 40 gradi lo fa svenire? Accende il forno.

Si. A noi ce piace un po’ soffri’. Ma solo se si tratta di cibo. Di solito pero’ si aspetta che sia uno della famiglia ad immolarsi e di solito e’ la mamma, la suocera, o la signora della  Tavola Calda sotto casa che ormai diciamocelo..e’ come una di famiglia. Le lasciamo le chiavi di casa se il figlio ha scordato di prenderle per farlo rientrare di notte senza citofonare e far sentire le bestemmie del marito fino all’attico (che quelli gia’ so altezzosi di loro), le si chiede se ci tengono le buste della spesa “che poi passo e me le prendo che alla Posta me chiudono”.. figurarsi se mo’ questa non puo’ accendere il forno per noi che voglio dire, e’ anche il lavoro tuo no?

E cosa offre la Tavola Calda romana? Il pollo con i peperoni, lo spezzatino con le patate, l insalata di riso e i piselli col prosciutto ma soprattutto loro: i pomodori col riso.

Sono un must dell’estate romana per vari motivi:

Uno. I pomodori sono piu’ buoni. Succosi, grandi, rossi e saporiti.

Due. Si accende il forno una volta. Poi si mangiano per giorni. Perche’ il giorno dopo sono piu’ buoni e perche’ si mangiano anche freddi.

Perche’ chi di noi non ha in casa quello che alle 3 di notte si alza e impreca perche’ “in questa casa non c’e’ mai un cazzo da mangiare?”. Tu gli dici: “guarda che ce stanno i pomodori col riso in frigo” e hai fatto la tua parte di madre/moglie/badante con onore.

Quelli che mangiano i pomodori col riso di solito si dividono in due categorie:

Quelli che mangiano tutto il pomodoro e quelli, come me, che mangiano solo il riso. Nella mia categoria di solito ci sono anche i bambini. Per cui non aspettatevi che vostro figlio apprezzi del tutto il piatto. Sicuramente si mangera’ l’interno e si fara’ fuori tutte le patate. Perche’ le patate dei pomodori col riso sono deliziose.

Il romano che andava al mare una volta si portava teglie intere di pomodori col riso. Li faceva la sera prima dopo aver tirato a sorte chi avrebbe acceso il forno (si racconta di divorzi chiesti dalle mogli proprio perche’ il marito aveva perso la scommessa col cognato e le toccava accende il forno con 42 gradi, senza condizionatore.  Che chi ce l’aveva anni fa..).

Si partiva la mattina all’alba con la teglia coperta di carta stagnola e ci mangiava tutta la famiglia. Di solito poi il padre o il nonno ripuliva i piatti dei figli o dei nipoti di tutti i pomodori svuotati citando massime quali: “da’ qua’ va, bocca de fregna”  o “ve farei pati’ la fame vera io”. Nella mia famiglia l’atto di pulizia finale veniva attuato da mia madre perche’ mio padre come me, mangiava solo l’interno. Ma le frasi vi assicuro erano le stesse.

Ora non vi resta che andare al mercato e chiedere di darvi dei bei pomodori maturi per farli col riso, chiamare vostra suocera o vostra madre e dirle che come lei nessuno mai e farle accendere il forno.

Buon appetito.

P.S. La frase” Bocca de fregna” non e’ una parolaccia. E’ una figura allegorica tipica romana. Statece.

 

RICETTA:

  • 8 pomodori maturi
  • 8 cucchiai di riso Carnaroli o Arborio.
  • basilico/origano/prezzemolo (quello che piu’ vi aggrada o semplicemente quello che avete in casa, potete metterli tutti volendo)
  • 5/6 patate grandi
  • uno spicchio d’aglio (chi vuole lo mette in camicia nel riso a macerare, chi vuole lo puo’ tritare e aggiungere alla polpa di pomodoro)
  • olio
  • sale e pepe

 

  1. Lavate i pomodori e tagliategli la parte superiore, quella che diventera’ il “cappello” del pomodoro.
  2. Svuotate il pomodoro con l’aiuto di un coltellino per incidere e un cucchiaio. La polpa andra’ messa in una ciotola capiente.
  3. Ogni pomodoro svuotato va spolverato di sale (cosi uscira piu acqua possibile e all’interno saranno saporiti).
  4. Preparatevi un vassoio coperto di scottex dove adagierete a testa in giu’ i pomodori facendo attenzione a mettergli sopra o a fianco il proprio “cappello”.
  5. Nel frattempo la polpa di pomodoro va passata con passaverdure o col minipimer e condita con sale, pepe, olio, aglio e l’erbetta che avete scelto. Tenete da parte una tazzina di questa polpa per condire le patate.
  6. All’interno della ciotola mettete un cucchiaio raso di riso per ogni pomodoro. Se i pomodori sono 8 allora 8 cucchiai rasi.
  7. Lasciate macerare il riso per un ora, un ora e mezza. Nel frattempo accendete il forno a 200 gradi.  O meglio.. chiedete a vostra suocera di accenderlo.
  8. Nel frattempo tagliate le patate come piu’ vi aggrada. Io di solito le faccio a spicchi non troppo grossi. E mettetele nella teglia dove andrete a cuocere il tutto. Conditele con olio, sale e pepe e quella tazzina di succo di pomodoro che avevate preservato in precedenza.
  9. Trascorsa questa oretta e mezza tra farfalle tropicali e visioni mistiche, riempite i pomodori ma solo fino a meta’ altrimenti il riso in cottura raddoppiera’ di volume e voi vi ritroverete con i pomodori squartati. Poi non dite che non ve l ho detto.
  10. Coprite ciascun pomodoro col proprio “cappello”.
  11. Adagiate i pomodori nella teglia tra le patate.
  12. Irrorate i pomodori di olio, sale e pepe.
  13. Infornate a 200 gradi per un’ora.
  14. Lasciate “assestare” per una decina di minuti e servite.

 

 

 

Silvia

La Torta di mele

torta di mele

L’Inghilterra, patria dei cupcakes e delle torte in pasta di zucchero. Dolci fatti di burro, ripieni di crema di burro e ricoperti da strati di pasta di zucchero. Insomma qualcosa che solo ad immaginarla  prenoti un appuntamento per una curva glicemica.

Non che non siano buone per carita’.. avendo un bambino qui a Londra mi e’ capitato di assaggiarne qualcuna nei birthday party dei suoi amichetti e si sa che e’ buona educazione non rifiutare l’unica cosa che tu genitore sei autorizzato a mangiare (visto che e’ l’unica cosa che ti offrono),  e tra un bicchiere di Coca Cola scippato a tuo figlio per non stramazzare al suolo soffocata da un dito di Elsa, e un sorriso di circostanza, mangi la fetta di quattro etti che ti mettono sul piatto.

Ma io non sono mai stata una grande amante dei dolci, per intenderci sono una da Nutella e fetta biscottata ecco, per cui il mio giudizio sulle arti pasticcere delle inglesi lascia il tempo che trova.

Ma un paio di anni fa ho potuto prendermi la rivincita su questi capolavori di manualita’ partecipando ad una cake competition del quartiere in onore degli 80 anni della Regina Elisabetta e vincendo il premio per la torta piu’ sana. Il che mi stupi’ non poco pensando ai grassi nella mia ricetta ma va da se’ che le altre torte erano interi panetti di burro e zucchero scolpiti da mamme infoiate a celebrare al meglio il compleanno di Nonna Betta. C’erano torte a forma di teiera, composizioni di cupcakes a formare la Union Jack (la bandiera inglese) e la piu’ modesta era un castello di Windsor con tanto di corvi fatti, ovviamente, di burro colorato di nero.

Quando posai la mia spoglia e misera torta di mele in mezzo a tanta magnificenza mio figlio mi guardo’ un po’ deluso, accusandomi di non aver anche io dato fondo al banco frigo del supermercato. “Insomma mamma nemmeno un panetto da mezzo chilo hai messo? ora come potro’ venir preso in considerazione nel quartiere?” “Abbi fede figlio mio” gli dissi dandomi un tono, “il cibo buono viene sempre apprezzato!” In realta’ dentro di me iniziavo a vacillare. Come potevo pensare che nella patria del burro potesse venir apprezzata una torta simile? Lo portai in giro per la festa di quartiere nell’attesa del verdetto che sapevo sarebbe stato implacabile. Probabilmente avrebbero annunciato i vincitori con squillo di trombe e ricchi cotillions e alla fine, smontando lo stand, un inserviente avrebbe detto: oh ma cos’ e’ questa? scusate signore qualcuna ha dimenticato la base di pan di spagna per una torta? e io avrei fatto finta di niente cercandomi intorno con lo sguardo e scuotendo la testa come a dire: ma guarda che gente c’e’ in giro..

Arriva il verdetto. Tre signore, il Bastianich, Cracco e Barbieri d oltralpe, con tanto di lavagnetta girano per lo stand. Guardano, testano, toccano, annusano. Poi nel brusio e nell’eccitazione che montava tra le partecipanti annunciano:

“Il primo premio va a Mrs Yong per la sua teiera. Vince un giorno alla Spa PincoPallo”. Applausi delle altre signore. Cori e fischi di gioia. Io dentro di me pensavo che culo. Ma mica per la gloria. Per il giorno alla Spa. Da sola. Senza smaronamenti per un giorno intero. Se questi sono i premi giuro che il prossimo anno mi presento con un panetto da 5 kg di burro. Gli faccio un taglio in mezzo e lo intitolo “Impressioni di Fontana”. veniteme a di’ qualcosa.

Anche il secondo premio viene assegnato ad una bambina. Quella della bandiera inglese fatta da cupcakes. Battuta da una ragazzina. Mio figlio aveva appena tirato fuori i fogli per l’adozione. Vince una cena per 4 persone al ristorante italiano della zona. Mio figlio mi guarda sconfortato. Amore non ti preoccupare, tanto fa pure cagare quel ristorante, domani ti porto a strafogarti al Mc Donald.

” Il terzo premio va di merito alla torta piu’ sana della gara. La torta di mele della signora Silvia”. Giubilo. Mio figlio mi salta in braccio. Io mi faccio spazio con mio figlio appeso ad un braccio, commossa manco fossi nella finale di Miss Italia, ringrazio i miei genitori, la mia patria e dedico questo premio a tutte le mamme che si smazzano dalla mattina alla sera. Mentre mi appuntano sul petto la spilla con i colori della Gran Bretagna, fatta di carta  dai bambini del quartiere con la Vinavil ancora fresca che sgocciola, e mio figlio strappa i fogli della richiesta di adozione tra le lacrime, io attendo il mio premio. Cosa potra’ mai essere.. la Spa l hanno data, il ristorante me ne faro’ una ragione..ma una cassa di vino non me la leva nessuno penso.

“E come premio.. un anno di abbonamento alla rivista Cake Decoration, creazioni con la pasta da zucchero!” Certo. Come poteva essere diversamente mi chiedo.

Per cui eccola qui la mia torta di mele. Che in realta’ e’ una ricetta passatami anni fa da una mia cara amica pasticcera, a cui devo far onor di menzione, Federica.

Non ci vincerete un giorno alla Spa ma sarete per mesi le eroine di vostro figlio. M hai detto niente..

 

RICETTA:

  • 4 uova intere
  • 300 gr di zucchero
  • 80 ml di olio di semi
  • 80 ml di latte intero
  • 300 gr di farina 00 (se la trovate sarebbe meglio la self rising, quella lievitante)
  • 1 bustina di lievito
  • 5 mele
  • 1 buccia di limone grattugiata e il suo succo
  • zucchero di canna e cannella per il tocco finale
  1. Grattate la buccia di un limone dentro una ciotola di medie dimensioni (considerate che dovrete mettere tutto l’impasto all’interno).
  2. Spremete il limone in una ciotola piu piccola. Ma non lo spremete tutto, ve ne servira’ un po’ per le fette di mela per decorare.
  3. Sbucciate e tagliate a tocchetti 4 mele (chiedete al fruttivendolo quelle giuste per fare la torta di mele, ci vogliono succose ma non acidule) e mettetele nel succo di limone con un cucchiaino di zucchero di canna.
  4. In un piattino o ciotolina fate a fette la 5a mela lasciandole questa volta la buccia e conditela con il  succo di limone rimasto.
  5. In una ciotola mescolate le uova con lo zucchero, Non serve sbatterle con il frullatore, basta una frusta.
  6. Aggiungete i liquidi. Si usa l’olio di semi perche’ e’ piu’ leggero e non “scende” nella cottura rendendo l’impasto piu’ leggero.
  7. Incorporate le mele, senza succo di limone. quello che serve sara’ stato assorbito dalle mele.
  8. Setacciate la farina con il lievito prima di incorporarla. Non e’ una cosa indispensabile ma se lo fate il risultato sara’ un impasto piu’ omogeneo per cui vi consiglio di farlo.
  9. Versare il composto nella tortiera che avrete imburrato e infarinato (o se usate quei cerchi pretagliati di carta forno ancor meglio, non userete altri grassi).
  10. Sull’impasto mettete a “raggiera” le fettine di mela. Passate sulle mele (e solo su quelle, non al centro dell’impasto)  lo zucchero di canna (non abbiate paura di abbondare, formera’ una bella crosticina carammelizzando le mele) e una spolverata di cannella.

 

Forno a 170 x 40/45 min. Non aprite il forno!

 

Fatemi sapere!

 

Silvia